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Violenza sessuale Stampa E-mail

Memorie sulla battaglia per la violenza sessuale

La campagna, la lunga battaglia sull'aborto, l'elaborazione femminista sull'autodeterminazione e sulla sessualità avevano prepotentemente spalancato le porte per fare della violenza sessuale un tema politico nel senso pieno del termine.
Stetti in questa battaglia su due fronti: quello del movimento delle donne e quello del PCI.
Nel primo con una "militanza" piena di iniziativa e di coinvolgimento (ero nella segreteria dell'UDI Naz. dal 1975) e nel secondo con una battaglia culturale.

Nell'UDI si era aperta una forte "comunicazione" con il movimento femminista e ne era dimostrazione, tra l'altro, la permanenza quasi quotidiana di molte di noi in entrambe le sedi: dell'UDI in via della Colonna Antonina e dei gruppi femministi in via del Governo Vecchio dove si susseguivano tumultuose assemblee in cui le doppie-militanti dell'UDI erano viste con sospetto.

In realtà già con l'aborto sulla base di una nostra peculiare esperienza di contatto con migliaia di donne degli strati più popolari proprio su questo tema, si era giunte a motivare pienamente una posizione netta sull'autodeterminazione a fronte di molte resistenze nel PCI. Il concetto di autodeterminazione diede grande forza all'altro concetto: essere soggetto e non oggetto di sessualità.

Si cominciò a svelare l'enorme sommerso della violenza sessuale e in esso gli abissi di infelicità e deprivazione di moltissime donne "madri di famiglia" che non avevano mai conosciuto la sessualità come gioia. Le donne tutte intere venivano al centro e rompevano secoli di stereotipi culturali forti anche della potenza, rivelata dagli anticoncezionali, di poter scegliere e non subire la maternità.

Ma la lotta contro la violenza sessuale come trovò gli strumenti per diventare diffusa coscienza di sé delle donne e ottenere un salto di qualità nel costume e nelle regole scritte?

I terreni furono molti a cominciare dall'autocoscienza, dagli scritti di intellettuali femministe, alla rivelazione vera e propria per milioni di italiani/e costituita dal processo per stupro al tribunale di Latina con una avvocata (allora erano mosche bianche) trasmesso dalla televisione in prima serata e nel quale processo si manifestò in pieno che il meccanismo processuale ed il concetto che lo sosteneva facevano della vittima una imputata.

Così fu di grande importanza un convegno internazionale organizzato dal "Movimento di liberazione della donna", MLD sulle leggi che regolavano il fenomeno e la elaborazione successiva di un progetto di legge che configurava quello di violenza sessuale come un reato grave e stabiliva nuove modalità processuali a tutela della vittima.

Ne discutemmo al Governo Vecchio e le compagne dell'MLD si proposero di affidare il progetto ad una deputata socialista.
Poche mattine dopo (allora non c'erano né i fax né le fotocopiatrici) avemmo all'UDI questo testo. Mi ricordo che con me che seguivo queste questioni (ero funzionaria dell'UDI) c'era Anna Rita Piacentini.

Dissi a lei "ma perché non ne facciamo una legge di iniziativa popolare ?". Lei era d'accordo: nella nostra storia UDI c'era addirittura la prima legge di iniziativa popolare della Repubblica.

C'era una riunione di segreteria: potevamo proporlo là. Due tra le più autorevoli compagne non sarebbero state presenti: Margherita era all'estero e Vania aveva un impegno. Quest'ultima la incontrai all'ora di pranzo in via Trinità dei Pellegrini e avuta conferma della sua assenza le posi l'interrogativo.

Acconsentì all'idea e comunque venne dalla riunione della segreteria l'assenso a proporre la cosa al Governo Vecchio.

Le motivazioni erano forti: essere protagoniste come donne in autonomia di un progetto e insieme di un rapporto con l'istituzione, aprire un confronto, una comunicazione sulla libertà, sulla sessualità in modo diretto e indiretto con milioni di donne.

Al Governo Vecchio soprattutto da parte dell'MLD vi fu molto sospetto: dietro questa proposta non c'era un disegno del PCI ?

In realtà anche quello era invece uno "strappo" proprio verso il PCI che aveva un suo progetto di legge molto lontano dal nostro che fu perciò decisamente avversato anche se, con il passare degli anni, sostenuto.

Nella discussione di merito vi fu da parte di Elena Gentili del Pompeo Magno un arricchimento decisivo: quello di mettere un primo articolo che spostava la violenza sessuale, prevista nel codice Rocco come reato contro la morale, al capitolo dei reati contro la persona.

Furono superate le perplessità e si costituì un comitato promotore i cui pilastri erano l'MLD, UDI, il collettivo Pompeo Magno. Al comitato aderirono in seguito forze femminili del sindacato e i giornali delle donne.

Ricordo l'emozione quando i primi giorni di Settembre del 1979 andammo in Cassazione a depositare il testo.

Eravamo, mi sembra, in undici: il 13 Ottobre si costituì, ufficialmente, il Comitato Promotore.

E quindi l'esperienza esaltante della raccolta delle firme: la struttura dell'UDI, allora molto diffusa, fu fondamentale ma l'adesione, lo slancio, la scoperta andò molto oltre. Ovunque sorsero piccoli comitati che definire "unitari" mi sembra molto riduttivo: c'erano donne che si capivano e si davano da fare, un fuoco ne accendeva un altro. In poco tempo raccogliemmo 300.000 firme in una campagna interamente autofinanziata (il costo dei notai !) senza alcun apporto dei partiti di sinistra (anzi).

L' 8 marzo 80 consegnammo con un corteo meraviglioso con le cariole piene di fogli le firme al Parlamento e il Comitato cominciò la sua azione esterna di vigilanza e di mobilitazione.

In quegli anni si tenne anche, nell'Aprile 1979, il XV° congresso del PCI. Presentai in Comitato centrale un emendamento alle Tesi sulla sessualità "come luogo dell'oppressione maschile". Fu uno scandalo. Ricordo la solitaria difesa di Fabio Mussi e di Giulia Rodano.
Al congresso si andò al voto e per la prima volta si spaccò. Vinsi per una manciata di voti della FGCI e, naturalmente, delle delegate. Anche lì qualcosa stava cambiando …

Per la legge passarono anni: voti negativi, voti contrastati, divisione profonda nel movimento delle donne sulla procedibilità d'ufficio e sulla negatività o positività del rapporto con le Istituzioni. Il Comitato perse i pezzi: l'UDI con l'XI° congresso aveva cancellato il gruppo dirigente e il suo medesimo apparato. Il movimento si affievolì. Rimasi nel Comitato come persona e poi come UDI Romana insieme a Renata, Rosanna, Memi, Elisabetta e Viola. Il Comitato continuò il suo lavoro prezioso non solo sulla legge ma anche sui temi della sessualità nella sede occupata del Buon Pastore.

Poi si spense. La legge quando è arrivata alla sua approvazione in Parlamento nel 1996 non aveva più questa interlocuzione.

Ho fatto solo un racconto. Verrà il tempo in cui si farà serenamente una riflessione storico-politica necessaria poiché l'assestarsi del femminismo su una base fortemente teorica e addirittura ideologica, ha cancellato o delegittimato come valore quella straordinaria esperienza collettiva.

Per me resta una delle più belle esperienze della mia vita e sono rimasta là, attaccata allo slogan gridato nei cortei: "Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa".


Dicembre 1998


Anita Pasquali

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