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Lunedì 28 novembre 2005 alla Casa Internazionale delle Donne - Via della Lungara, 19
UDI ROMANA LA GOCCIA presenta il libro DONNE MANIFESTE a cura di Marisa Ombra Catalogo della mostra dei manifesti dell'UDI dal 1944 al 2004 aperto tra febbraio e marzo 2005 presso il Museo di Roma In Trastevere.
Ne parliamo con Giglia Tedesco, Paola Di Cori e Elena Petricola Coordina Francesca Brezzi Introduce Rosanna Marcodoppido Nella serata verrà proiettato il video collegato alla mostra.
Introduzione del catalogo a cura di Rosanna Marcodoppido
"Nel cuore della politica tra memoria e presente"
La mostra Donne Manifeste è stato un progetto a cui abbiamo lavorato anche noi dell’Udi Romana “La Goccia”, in cui abbiamo molto creduto proprio per l’importanza che assume da sempre per la nostra pratica politica la ricostruzione di storia e memoria delle donne e la sua trasmissione.
Nell’organizzazione di questa mostra siamo entrate direttamente – anche se in un secondo momento- io e Anita e, sollecitate dall’editore, ci siamo trovate a lavorare con Marisa Ombra e Luciana Viviani ( a cui si è aggiunta da Ferrara Micaela Gavioli ) anche alla stesura delle didascalie: contestualizzare i manifesti dell’Udi è stato un percorso collettivo di riattraversamento della storia in cui ciascuna portava la sua memoria o le sue suggestioni. Senz’altro una felice esperienza di comunicazione e di scambio.
Il catalogo, come vedete, è entrato a far parte di una collana del Saggiatore per cui i materiali forniti dall’Udi e dall’Associazione nazionale archivi dell’Udi (soggetti promotori della mostra) sono stati confezionati sulla base dell’impostazione della collana. Abbiamo dissentito fermamente ed inutilmente con la scelta editoriale relativa alla figura di copertina: una immagine vecchia, datata, in sintonia con un cliché che l’Udi da sempre si porta dietro.
“La Goccia”, poi, ha scelto di vivere l’8 marzo all’interno dello spazio espositivo: un 8 marzo visivamente e visibilmente dentro la Storia. Abitare la Storia, ripercorrerla con intere classi di scuola media superiore di Roma e provincia favorendo durante tutta la giornata un incontro tra generazioni (dai 90 ai 17 anni), approfondimenti, testimonianze intrecciate. Ricordo, solo per fare un esempio, la simpatia e la tenerezza che ha suscitato Giovanna Marturano quando nel suo intervento ha raccontato l’esplosione di gioia alla notizia del voto alle donne, manifestatasi con un girotondo spontaneo a fronte di una indifferenza generale. Un 8 marzo mai così denso di emozioni e di senso, almeno per me.
L’emozione, oltre che l’interesse, è stata la prima reazione provocata dalla lettura di immagini e parole da parte sia delle giovani donne, che della generazione del femminismo. E’ stata la scoperta o la conferma della centralità di una presenza nella costruzione dello spazio pubblico e nella disarticolazione di uno spazio privato segnato per millenni dal dominio maschile.
Pensavamo/temevamo, noi dell’Udi, di presentare il passato e, al contrario, in molte occasioni è stato il presente che si è imposto con i suoi elementi di arcaicità, in stridente contrasto con la coscienza di tante donne e di alcuni uomini, tanto che non poche continuavano a ripetere: bisogna riprendere la lotta, tornare ad essere tante, unite ed organizzate. Esiste infatti una sorta di archeologia del presente in questa nostra contemporaneità per il persistere di strutture simboliche proprie di un ordine patriarcale duro a tramontare definitivamente. Prendiamo in considerazione, ad esempio, la denuncia della riduzione della donna a corpo/oggetto che facevamo negli anni 70 e 80 e presente in uno dei manifesti esposti: oggi assistiamo a un corpo femminile su cui incombe l’obbligo di una irraggiungibile perfezione, da esibire a tutti i costi. Assistiamo con eguale preoccupazione e con angoscia alla precarietà selvaggia che costringe le giovani ad accettare lavori senza garanzie e senza futuro, rinunciando spesso a realizzare desideri di maternità e torna alla mente il manifesto dell’Udi sul lavoro che recita: “Vogliamo lavorare, ma vogliamo dire come. Vogliamo essere uguali, ma anche diverse. Vogliamo vivere la nostra casa, ma non essere casalinghe.” Ci si chiede: come è potuto accadere tutto questo?
Quello che poco ha detto la mostra, come poco dice questo catalogo, è cosa è accaduto alle forme della politica inventate dall’Udi e alla loro sperimentazione dopo l’XI congresso dell’82: più di vent’anni di storia collettiva. Questo resta un problema aperto che prima o poi la storiografia dovrà affrontare.
I materiali presenti in questo libro, che è riduttivo chiamare catalogo, ci mostrano come la storia dell’Udi costringa a guardare gli intrecci che ci sono stati, nella esperienza politica e personale delle donne italiane, tra progetto di emancipazione e desiderio di libertà femminile esploso col neofemminismo e obblighi a tenere unite tra loro categorie interpretative erroneamente messe in opposizione, come ad esempio uguaglianza e differenza.
A questo proposito sarebbe opportuno andare a riflettere insieme sul rapporto tra memoria e mito delle origini: la Resistenza per l’Udi, l’autocoscienza per il femminismo. Senza togliere nulla al valore di ogni nascita e della discontinuità che essa determina, bisogna tentare con più consapevolezza e maggiore decisione una narrazione delle nostre storie collettive in grado di analizzare e nominare quel continuum di presenza e parola femminile che, nel nostro Occidente, dal Seicento inglese arriva fino ai nostri giorni.
Desidero brevemente tornare a quello che ho definito l’archeologia del presente e in particolare ad uno dei pilastri più oscuri del sistema patriarcale: la figura della madre. Si è detto da più parti che la madre è la figura muta della Storia, dunque nella Storia e non al di fuori di essa: quale parte ha avuto? E oggi ha ancora quella parte? Lavoro da anni su questo nodo, da quando sono diventata madre, dunque prima o all’inizio del mio percorso politico. Sono fermamente convinta che su questo dovremo riaprire una riflessione seria. Dico solo, per brevità, che è tempo di fare un passo ulteriore rispetto al passato: dall’affermazione della maternità come scelta libera e consapevole, ancora oggi valore da difendere, occorre impegnarsi alla costruzione del valore sociale della madre libera e consapevole, cioè di una madre libera che dà libertà. Questo riguarda le donne tutte, anche quelle che non fanno esperienza diretta di maternità, perché qui stiamo parlando del materno arcaico come significante dell’essere donna, che costruisce identità stereotipate e le fa agire nelle relazioni private, nel sociale, nelle pratiche politiche separate e miste. In questi giorni ho finito di leggere il libro di Marina D’Amelia “La mamma” che ricostruisce, attraverso alcune figure maschili di rilievo -dal Risorgimento alla Resistenza- il ruolo del legame con la madre. Dimostra, alla fine del suo lavoro di ricerca, come a prevalere nell’immaginario maschile sia una idea di maternità arcaica e potente, l’immago minacciosa e giudicante che domina l’inconscio e che nemmeno il fascismo, con i suoi programmi di educazione nazionale e virile è riuscito a scalfire. Marina conclude: “a guidare gli uomini italiani vi è sempre un’unica vocazione mitopoietica: la grande madre che salva ma che anche opprime.” E cade così secondo lei l’ipotesi, che pure è stata fatta, che la guerra “abbia ridisegnato in modo permanente le rappresentazioni del maschile e del femminile”. E a questi livelli profondi, la democrazia cosa ha cambiato? Esiste un nesso tra l’incompiutezza della democrazia, la guerra, la violenza e questa vocazione mitopoietica che è sì maschile, ma non solo? Esiste una nostra ambivalenza/complicità con questo mito delle origini (per ciascuna/o di noi e per il genere umano) da cui sembra che non sappiamo separarci nella giusta maniera? A quali vantaggi, più o meno inconsapevolmente, non vogliamo rinunciare? Temo che la precarietà di luoghi, tempi, relazioni possa ricacciare le giovani madri di oggi –alla faccia di tutte le loro competenze e della loro conquistata autonomia e libertà (?)- nella tentazione di affidare il senso di sé e della propria vita ad un legame esclusivo, segnato da una pratica di accudimento che prenda il posto della relazione, sancisca la dipendenza, limiti la libertà di entrambi. Parliamone, resteremo in questo modo nel cuore caldo della politica.
Roma, 28 novembre 2005 Rosanna Marcodoppido.
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