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Immagini amiche - DONNE E UOMINI OLTRE GLI STEREOTIPI Stampa E-mail

CONVEGNO
20 Ottobre 2010 ore 16,30 Casa Internazionale delle Donne Via della Lungara 19 Roma

DONNE E UOMINI OLTRE GLI STEREOTIPI Dialogo tra generi e generazioni

Introduzione

ImageQuesto Convegno si svolge nell’ambito della Campagna nazionale dell’Udi denominata “Immagini Amiche”, una iniziativa che intende contrastare quella rappresentazione lesiva della dignità della donna presente nella televisione, nei giornali, nella pubblicità, e che si pone l’obiettivo di promuovere e premiare immagini positive, amiche, dunque fuori dagli stereotipi.

Gli stereotipi hanno retto per millenni la costruzione storica e sociale della femminilità e della mascolinità obbligando tutte/i a identità predeterminate e non modificabili. Donne e uomini senza libertà. Per questo oggi abbiamo voluto costruire, sin dall’introduzione, uno spazio di dialogo tra donne e uomini, i due soggetti direttamente e diversamente interessati al problema degli stereotipi.
Sono particolarmente convinta e contenta di poter introdurre questo nostro incontro insieme a Stefano Ciccone, presidente di “Maschile plurale” e autore del libro “Essere maschi tra libertà e potere”, un contributo che ritengo importante per la conoscenza di un percorso individuale e collettivo verso una possibile libertà maschile.
Già in occasione del nostro convegno sui legami d’amore del 1998 avevamo pensato di tentare un confronto con alcuni uomini, ma alla fine non ritenemmo ancora maturi i tempi. Nella riflessione introduttiva, parlando di una generale incapacità maschile alla libertà, aggiungevo anche che la libertà femminile non può essere pienamente agita se non si consolida negli uomini una pratica di rifiuto del modello tradizionale di mascolinità. La libertà infatti, anche la nostra, diventa fatto  concreto solo all’interno delle relazioni.
Ma una relazione, per essere tale, ha bisogno del riconoscimento  reciproco nella verità di ciò che si è, al di fuori di gerarchie e logiche di potere: questo tante donne e alcuni uomini stanno tentando nel privato e in quella sorta di autocoscienza a distanza che si realizza tramite internet. Oggi è possibile nello spazio politico una interlocuzione autentica tra i due generi? Credo di sì. Da alcuni anni in diversi luoghi e contesti già sta accadendo.
Siamo arrivate/i ad un inedito passaggio nella storia umana, grazie alla lunga lotta delle donne per la loro emancipazione e al lavoro radicale sulla differenza  operato dal femminismo: le ragioni dello sguardo svalutante degli uomini sulle donne, il pregiudizio cioè sulla loro inferiorità, su cui si è retto il mondo per millenni, quelle ragioni sono state clamorosamente smentite dai fatti.
Forse oggi abbiamo la possibilità di riconoscere insieme la fatica e il coraggio che sono necessari per uscire definitivamente dagli stereotipi patriarcali, possiamo considerare ciò che ci accomuna come umani e comprendere quanto il potere, assunto come modalità fondante le relazioni,  tolga non solo libertà ma anche spazi di possibile felicità impedendo, per esempio, il dispiegarsi pieno delle potenzialità dell’amore in ogni sua forma ( Luce Irigaray).

E’ la prima volta che noi dell’Udi “La Goccia” invitiamo a ragionare con noi degli  uomini non in quanto esperti, ma in quanto maschi consapevoli di essere storicamente  portatori di una identità e di un universo simbolico che “genera quell’oppressione, quella miseria delle relazioni e delle emozioni” di cui parla Stefano nel suo libro. Uomini che come lui riconoscono il debito che hanno nei confronti delle donne, sia quelle della stagione dell’emancipazione che del femminismo.
I soggetti, assunti nella loro dimensione corporea, sono due, è vero, ma al loro interno abitano numerose differenze che incrociano variabili significative come contesto culturale, classe sociale, razza, orientamento sessuale, appartenenza religiosa, età. La riflessione deve perciò aprirsi alla molteplicità. Abbiamo chiesto di portare la loro esperienza a donne e uomini di diverse collocazioni e generazioni  per poter individuare e valutare nel tempo delle nostre vite concrete quali cambiamenti ci sono stati o se ci sono ancora oggi stereotipi che mantengono  la loro forza generatrice di identità sessuali bloccate e complementari.

Nel parlare di stereotipi non si può non partire da due domande: quando sono nati? E perché?
Sono nati, lo sappiamo tutte/i con la nascita del sistema di dominio degli uomini sulle donne, quello che chiamiamo Patriarcato. E sono nati per garantire il perpetuarsi nei millenni di questo sistema.
A me ha sempre interessato molto poco arrampicarmi sugli specchi per condividere o meno l’idea che ci sia stato in un lontanissimo passato un Matriarcato. Esiste un dato che non si può contestare: nel passaggio dell’umanità dall’oralità alla scrittura, nella nostra cultura occidentale, il Patriarcato era già ben solido e con esso l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica e dal potere.  Possiamo immaginare, nel tempo buio della preistoria, la prima divisione dei ruoli, quella sì naturale perché su base corporea: da un lato il corpo femminile con un potere in più, quello di generare, ma con i limiti e le fragilità posti dalle numerose gravidanze, e dall’altra il corpo maschile caratterizzato da un fondamento biologico più debole rispetto alla riproduzione, ma da una maggiore potenza muscolare, in grado perciò di difendersi e difendere nella durissima lotta per la sopravvivenza. Alla donna soprattutto il compito e la responsabilità nell’assicurare la continuità della specie, all’uomo quello relativo all’incolumità della specie. Nell’ordine naturale chi è più forte vince e chi è in grado di vincere e proteggere, alla lunga prende lo scettro del comando.

Ma cosa resta di questa storia senza scrittura? Solo moltissimi reperti archeologici che tuttavia ci dicono cose interessanti. Il culto della Dea Madre, testimoniato da numerosissime  statuette disseminate in tutta l’area del Mediterraneo, sta ad indicare il pieno riconoscimento sociale assunto dal ruolo materno. La Dea Madre prenuragica, spesso rappresentata con numerose mammelle, si mostra in tutta la sua potenza in quanto ha in sé l’antro genitale. Le domus de janas, sepolture ipogee scavate nella roccia, sono pensate come uteri dove il/la defunto/a ritorna per poi rinascere. Una Dea Madre genitrice, dunque, che partorisce il toro, il quale all’inizio è solo figura complementare. Con il definitivo passaggio ad una società di tipo patriarcale le cose cambiano radicalmente. Le tombe di Giganti, monumenti funerari megalitici, non sono più sepolture nascoste sotto terra, si spostano  al suolo con  una camera che simboleggia ancora la cavità uterina, ma  la pianta nel suo complesso riproduce la testa di un toro. Il toro, assimilato alla terra e associato ai culti arcaici delle Grandi Madri ( Iside, Ishtar…) da figura complementare diventa il dio-toro, potenza che genera gli dei celesti, simbolo di sfrenatezza e forza creatrice.
Quando si arriva alla scrittura, penso ad Omero, ma anche alla Bibbia, l’ordine dato dai maschi della specie alle relazioni tra i due generi, è già, come ho detto prima, compiutamente strutturato a livello di comportamenti, regole, leggi. E’ l’ordine simbolico del padre costruito a partire da una modalità di separazione dalla madre e dai suoi valori, una separazione senza riconoscimento e nel segno della svalutazione. Da qui prende forma una analoga modalità di conoscenza, contrappositiva (soggetto-oggetto), e una forma di pensiero dualistico  che porterà a quell’assetto sociale e a quella costruzione dell’alterità e del sapere che ben conosciamo, fino alle tre grandi religioni monoteiste.
Emblematiche e rivelatrici le parole con cui ha inizio il rito religioso nella fede cattolica: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (padre, figlio e il loro reciproco amore). E la Madre? La madre non è dea, ma “figura dell’accoglienza e dell’ascolto”, senza parola propria, senza potere se non quello di intercedere. Alle donne cattoliche ancora oggi è interdetto l’accesso al sacerdozio.

E’ proprio in questo ordine patriarcale che varie studiose e alcuni studiosi ravvisano le radici prime e più oscure e tenaci del razzismo, del fondamentalismo, dei regimi totalitari, che hanno riempito e riempiono la storia umana di violenze, guerre e orrori di ogni genere.

Con la nascita dello stato moderno -sorto come è noto da un patto tra fratelli- le donne hanno iniziato da sole e fortemente osteggiate dagli uomini, tranne qualche eccezione,  la loro lotta collettiva di liberazione dagli stereotipi per l’affermazione piena della loro soggettività in ogni ambito della vita. Ci sono state anche delle morti, note e ignote. Molto impari la lotta e troppo forte la resistenza di uomini innanzitutto, ma anche di donne, al cambiamento.
Forme di resistenza ci sono sempre state, anche se in genere la Storia scritta dagli uomini non le ha registrate, ma è sempre stata forte quella coercizione sociale basata sul  divieto di infrangere i codici relativi ai ruoli sessuali che si è avvalsa anche di riti di iniziazione,  prove spesso inquietanti e  violente, soprattutto per i giovani uomini. Le trasgressioni si pagavano anche con la vita. Ancora oggi purtroppo. L’inferiorità femminile, così come la superiorità maschile, era iscritta dappertutto: nelle leggi, nel costume, nella morale familiare, nella rappresentazione artistica, nei simboli del potere, nella politica, nella costruzione del sapere, nella pratica religiosa, nello stesso linguaggio con le sue regole  e i suoi significati . Per questo il diritto all’istruzione, quando è finalmente arrivato per tutte/i, ha avviato, per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, un processo di apprendimento pesantemente segnato dal disvalore del genere femminile, e questo è vero ancora oggi, dopo tanti anni di femminismo e in presenza nelle librerie e nelle biblioteche di interi scaffali occupati  dalla  produzione culturale delle donne in ogni disciplina e dal loro libero punto di vista su sé stesse e sul mondo.

ImageMa torniamo alla potenza persuasiva e pervasiva degli stereotipi.
Rivado spesso con la memoria alla mia adolescenza e giovinezza, ritrovo il clima pesante degli anni tra i cinquanta e i sessanta e mi viene da dire che la mia è stata una giovinezza in gran parte rubata. Mi riferisco in particolare ad uno stereotipo allora potentissimo: la ragazza seria e il suo rovescio, la ragazza poco seria, riprovata socialmente con conseguenze a volte drammatiche (penso ai tanti suicidi di giovani maestre di inizio Novecento). La ragazza era seria se era senza libertà e senza desideri, soprattutto senza desiderio sessuale. Il suo corpo,  interdetto al proprio piacere e colpevolizzato in quanto potente oggetto del desiderio maschile, visto come generatore di peccato. Molto è stato addebitato alla cultura cattolica sessuofobica, alla sua ipocrisia, ai suoi divieti. Eppure era proprio il messaggio cristiano che a me dava la certezza di avere lo stesso valore dei maschi e la convinzione di poter realizzare un mio autonomo progetto di vita.
Certamente  la mia formazione cattolica ha avuto a lungo un ruolo fondamentale, ma c’è stato  anche  e soprattutto un certo sguardo maschile: ragazzi, uomini maturi, vecchi che incrociavo per la strada e mi facevano sentire un corpo che cammina, una cosa intrinsecamente di proprietà di chiunque fosse nato maschio. C’erano mani che senza chiedere il permesso mi toccavano in luoghi dove era difficile mantenere una distanza di sicurezza (autobus) ed era impossibile reagire per il fortissimo senso di vergogna. Una vergogna che veniva  fatta ricadere solo su di me. E c’erano certe parole, “apprezzamenti” e affermazioni fortemente lesivi della mia dignità di donna che mi rimandavano ad una idea per me inaccettabile della relazione tra i sessi. Ricordo ancora, dopo tanti anni, il mio professore di pittura all’Accademia di Belle Arti mentre diceva ad un mite ragazzo sudamericano che il suo dipinto era senza anima e suggeriva “Tu devi immaginare di possederla”, intendeva la modella nuda che ci stava di fronte. In quel momento mi sono sentita come scaraventata fuori dall’aula e fuori contesto.
E’ questa “miseria maschile” diffusa che ha rovinato la mia giovinezza e impedito a lungo il coraggio di vivere il sogno d’amore e, con esso, la sessualità come piacere e come incontro con l’altro da me. Perché io, l’avete capito, sono stata purtroppo, una ragazza seria…, molto seria!
Lo stereotipo della ragazza seria è stato per fortuna in gran parte disintegrato, ma in compenso quel certo sguardo maschile ha invaso, con la sua misoginia e volgarità, televisione, giornali e spazi pubblici, con la complicità di non poche donne e di un consumismo compulsivo e onnivoro.

Un altro stereotipo potente, su cui è d’obbligo riflettere per la centralità che ha nel processo di individuazione e in un qualsiasi percorso di libertà, è quello della madre oblativa, la buona madre, pilastro essenziale del Patriarcato (il corrispettivo virile è il padre padrone: non ci sarebbe la madre oblativa se non ci fosse il padre padrone e non ci sarebbe il padre padrone se non ci fosse la madre oblativa),  figura ancora oggi presente nell’immaginario di tutte/i noi, anche se meno praticabile rispetto ad un recente passato. Questa figura si regge fondamentalmente, al di là delle idealizzazioni, su due sentimenti negativi: da un lato l’egoismo, che porta a volere una mamma sempre a disposizione, dall’altro il desiderio di potere (l’onnipotenza materna desiderata e temuta) che spinge la madre a gestire la vita dei figli e  prolungarne la dipendenza oltre il necessario, soprattutto nel legame con i figli maschi, i quali cercano nelle future compagne la stessa dedizione incondizionata. Per brevità sto semplificando molto: questo in realtà è un groviglio molto complesso e richiederebbe da solo un convegno. Debbo solo aggiungere, per quanto riguarda la mia esperienza, che il senso di onnipotenza che mi veniva dal legame con i miei figli piccoli, si è presto infranto al loro primo impatto con l’esterno senza di me. A tre anni il mio secondo figlio, dopo pochi giorni di scuola cosiddetta materna, alla mia domanda “perché non giochi più con la bambola?” mi ha risposto “perché è un gioco da femmina!” sottolineando il “femmina” con smorfie di disprezzo. Non si accorgeva, è ovvio, che stava disprezzando sua madre, una madre che gli aveva comprato i giocattoli che lui  aveva chiesto: la bambola, appunto, e la lavatrice. Non conoscevo ancora l’Udi, né avevo sentito parlare del femminismo, eppure volevo essere madre in un altro modo per interrompere quelle che chiamo “tragiche eredità della Storia” e abituare i miei figli maschi al valore della cura come valore universale. E’ stato un momento difficile per me: ancora un impatto, questa volta consapevole, doloroso e frustrante con gli stereotipi.

Trovare una misura femminile dell’amore materno, come di qualsiasi altro tipo di amore, significa mettere in equilibrio amore e libertà, dipendenza e autonomia. E’stata questa la fatica, piena di contraddizioni ed errori, della mia generazione, la prima che in massa è uscita dalla casalinghitudine come unico destino e si è ritrovata a tenere insieme amore per sé e amore per l’altra/o, affetti e lavoro, sfera pubblica  e sfera  privata, tentandone una possibile ricomposizione.

ImageGli stereotipi hanno una doppia valenza: da un lato obbligano ad assumere determinati modelli identitari, dall’altro nascondono, occultano la verità sui soggetti reali.
Cosa hanno nascosto degli uomini nella loro interezza di corpi, menti, sentimenti ce lo diranno gli uomini che sono qui con noi questa sera.
Cosa hanno nascosto delle donne reali noi lo andiamo dicendo da tempo, ma forse abbiamo messo troppo l’accento sulle violenze subite e sulla mancanza di libertà, noi, soggetti mancanti di qualcosa.
Quello che secondo me va politicamente nominato in maniera più chiara e determinata oggi, in questa nostra tanto complessa e inquietante contemporaneità (solo alcuni cenni: femminicidi, tratta di esseri umani, guerre, distruzione delle risorse naturali, disumanizzazione del lavoro, centralità del denaro e del consumo, individualismo…), quello cioè che va collocato al centro del discorso è il di più che le donne esprimono ed hanno espresso lungo tutto il cammino della storia umana: il legame profondo con la vita  nel suo quotidiano dipanarsi e il legame altrettanto profondo con la morte; il sapere che viene dal mettere al centro le relazioni, la responsabilità e la fatica che esse comportano, un sapere che le ha sempre viste protagoniste nel ritessere con pazienza e intelligenza legami parentali e sociali dopo guerre,  violenze di ogni tipo, deportazioni, disastri naturali, tragedie.
Forse è utile sottolineare che il valore di queste competenze relazionali e la capacità di impegnarsi contemporaneamente  su più  fronti, prima della politica, lo ha capito e lo sta utilizzando in modo scientifico il mondo delle imprese, ovviamente per aumentare efficienza e produttività.  
Il perché di questo di più è semplice: è infatti nel lavoro che si  fa con le mani, la mente, il cuore per  prendersi cura di bambine/i, anziane/i, malate/i che si impara tanto della vita e dell’umano in ogni suo aspetto e condizione ( Alessandra Bocchetti).

Questo non può portare ad affermare che le donne sono buone, che non amano la violenza, che non siano tentate dalla logica del potere e della sopraffazione. Non è così, ma resta il fatto che governare, amministrare, realizzare il bene comune non può prescindere da queste competenze.
Nel nostro Paese non c’è soltanto un deficit di democrazia come conseguenza di una insufficiente presenza di donne nei luoghi dove si decide; c’è un grave deficit di competenze, di queste competenze, basta guardare l’attuale deriva della politica istituzionale.
I valori della tenerezza, della cura e dell’accudimento devono diventare patrimonio di tutte/i e il potere di decisione, ovunque si eserciti, non può più escludere o emarginare le donne.
Come? Con quali pratiche  e quali strumenti ? Occorre a mio avviso da un lato intensificare le relazioni tra donne -superando frammentazioni e contrapposizioni- dando maggiore efficacia politica al separatismo e dall’altro  costruire spazi di confronto, proposta e iniziativa politica con quegli uomini impegnati seriamente nel contrasto agli stereotipi: un separatismo dialogante, dopo decenni di separatismo parallelo.
Per concludere, non si tratta tanto di costruire un ordine simbolico della madre, anche la madre nella sua valenza materiale e simbolica va risignificata, ma di rifondare un patto tra donne e uomini, ciascuna/o nella propria irriducibile differenza, per mettere al mondo un ordine simbolico aperto al molteplice delle singole soggettività. Un senso di sé e della vita costruito sull’esperienza dell’incontro e dello scambio, capace di aprire la via di una possibile libertà per tutte e tutti.

Rosanna Marcodoppido

Programma del Convegno

Mercoledì 20 ottobre 2010 - ore 16,30
CONVEGNO
Donne e Uomini oltre gli stereotipi. Dialogo tra generi e generazioni.

Il convegno si colloca all’interno della Campagna nazionale dell’Udi denominata “Immagini Amiche” (vedi www.udinazionale.org) e intende attivare un incontro e un confronto tra generi e generazioni sugli stereotipi, che rappresentano modelli estremamente pervasivi alla base dei ruoli tradizionali e che hanno perciò  orientato e orientano il formarsi delle identità dei due soggetti sessuati: donne e uomini.
E donne e uomini segnate/i dal desiderio di esprimere la propria soggettività al di fuori della logica del dominio, dialogheranno -intrecciando vissuto personale, pratiche politiche, contesto storico ed elaborazioni teoriche- per riflettere insieme sugli stereotipi che hanno agito  nel tempo lungo dell’emancipazione e continuano ad agire in quello breve della libertà femminile.

Si vuole cercare di dare risposte ad alcune domande tra cui:
Gli stereotipi di ieri sono gli stessi di quelli di oggi?
In quali luoghi e relazioni hanno agito e agiscono con più forza?
Cosa è cambiato grazie alle lotte e alle elaborazioni delle donne?

Le riflessioni, le analisi e  le proposte che emergeranno saranno riportate nel quaderno bianco che sarà consegnato, insieme ad altri prodotti dalle varie realtà dell’Udi, al Parlamento Europeo, come è previsto dalla Campagna “Immagini Amiche”. Le proposte diventeranno inoltre il punto di partenza per continuare insieme quella azione di contrasto agli stereotipi che si è concentrata di recente sulla cartellonistica pubblicitaria www.udiromanalagoccia.it  con l’iniziativa promossa dal Coordinamento Nazionale dell’Udi “Città libere dalla pubblicità lesiva della dignità delle donne”.

Ore 16,30
INTRODUCONO
Rosanna Marcodoppido (Udi Romana “La Goccia”)
Stefano Ciccone (“Maschile Plurale”)
Sandra Puccini (antropologa) “Femminile e maschile nell’Italia di oggi”
Lidia Ravera (scrittrice) “Donne e tempo: gli stereotipi che uccidono”

Ore 18,00
A PARTIRE DA SE'
Quali stereotipi hai dovuto riconoscere e combattere nelle relazioni affettive,
nell’impegno politico, nel rapporto con il lavoro, nei media?
Anita Pasquali (Presidente dell’Udi Romana “La Goccia”)
Gianfranco Proietti (Presidente dell’Associazione “Psicologia e salute”)
Cecilia D’Elia (Assessora alla Cultura della Provincia di Roma)
Viola Buzzi (Cant-autrice)
Elena Ribet (Giornalista)
Andrea Caruso (Gruppo romano di “Maschile Plurale”)
Leila Karami (Associazione “Nastri verdi”)

Ore 19,30
DIBATTITO E PROPOSTE

 
1969
1976
1971-1972
 
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